Le nostre referenze sono ali di farfalla

La leggerezza con cui si mette un like è come la farfalla che sbatte le ali dall’altra parte dell’Oceano e genera un tornado dentro le aziende.

In principio fu un gabbiano, ma a causa probabilmente della referenza sbagliata, il merito se l’è beccato la farfalla. Da qui il noto “effetto farfalla” secondo cui parrebbe che il battito d’ali del leggiadro insetto dall’altra parte del mondo, possa generare un cataclisma sotto casa tua.

Sui social non si smuove mai nulla apparentemente, ma le conseguenze delle nostre azioni possono determinare invece grandissimi cambiamenti nella vita professionale di alcuni.

Sulla nostra “bacheca” compaiono decine di post ogni volta che accediamo a LinkedIn. Quei post sono lì principalmente per un motivo: sono contenuti di persone a cui avete concesso o richiesto il contatto e dunque avete di fatto espresso interesse in tutto ciò che quei contatti produrranno durante varie social – incursioni aprendo loro le porte del vostro spazio.

Ma allora perché vedo anche contenuti di Persone che non sono nella mia rete di contatti e di cui – fra l’altro – non me ne frega nulla? 

E qui cascano asini e farfalle (o i gabbiani)! Poiché ogni volta che noi regaliamo un “Like” al post di uno dei nostri contatti, automaticamente propiniamo quel contenuto a tutta la nostra rete. Pertanto, se qualcuno dei nostri contatti fa la stessa cosa con il post di persone che noi non conosciamo ecco che automaticamente quel post compare – non richiesto – sulla nostra bacheca.

Ed è un fiorire di frasi motivazionali, di fenomeni delle vendite che seduti in auto girano video formativi su come un commerciale deve profumarsi prima di andare da un cliente, di giovani promesse del futuro che non hanno mai lavorato un’ora in vita loro (e dei loro improbabili hashtag sul fallimento e sul cambiamento) ma che dispensano pillole di saggezza (e a volte bacchettano pure!) a imprenditori con aziende vere, famiglie vere e problemi veri sul groppone, di finti tycoon svizzero-brianzoli plurindagati che basterebbe una ricerca su Google per non affidargli nemmeno il furetto per la consueta passeggiata pomeridiana al parco. (Chi oggigiorno non ha un furetto?)

Eppure noi, tutta quell’immondizia non avremmo mai voluto vederla! 

Ma il vero aspetto ancora più urgente è che in certi casi quel “Like” dato da persone che hanno una grande credibilità soprattutto off line, automaticamente crea un transfert reputazionale per il quale si genera l’automatismo “persona di qualità -> segnala ->persona di qualità”. E invece non è quasi mai vero perché quelle persone noi non le conosciamo.

Il sistema, cambiato da poco più di un anno è certamente molto favorevole a Microsoft (che ha acquistato LinkedIn), in quanto genera migliaia di interazioni anche da parte di persone che sono solitamente molto riservate. Di contro però, le espone pubblicamente nel prendere una posizione precisa nei confronti di contenuti o di opinioni che su altri social (per esempio Facebook) non generano alcun tipo di attività al di fuori della propria bacheca o della bacheca di chi ha pubblicato il post, mentre su LinkedIn quel “Like” equivale al “Condividi” di Facebook. Non escludo che il sistema sia stato studiato appositamente, giocando sull’equivoco concetto di Like più che rodato di Facebook, ma la cui funzione in Linkedin è decisamente più invasiva.

Per questo diventa estremamente importante ai fini della propria credibilità, gestire con molta attenzione due aspetti della nostra “vita social”:

  • prima di accettare una richiesta verificare sempre cosa scrive la persona che ci richiede il contatto e che contenuti condivide. Questa semplice attenzione ci permetterà di mantenere pulita la nostra bacheca da interazioni non professionali evitando di ritrovarci al mattino a far scorrere decine di minchionerie senza qualità.
  • prima di commentare o condividere un contenuto (che su LinkedIn – ripeto – basta il click su “Like”) a supporto della professionalità di qualcuno, accertatevi di conoscere davvero quella persona. Non è importante se già in 1000 abbiano espresso la loro attenzione. Sii il granello di sabbia che blocca l’ingranaggio.

INFLUENCER, FENOMENI DEL WEB E GURU SENZA STORIA

Il vero tema è che crediamo di essere protagonisti dei nostri profili social, ma spesso e volentieri diventiamo i procacciatori di lavoro di presunti influencer, quei personaggi con migliaia di follower grazie ai quali si è costruita una credibilità, spesso non sostenuta da una vera professionalità. E il tuo “Like”, buon per loro ma non per te, fa una grande differenza. 

L’esempio più lampante è dato dall’enorme mercato dell’influencer marketing e dai blogger di settore a cui molte aziende si affidano per lanciare prodotti, trattorie, agriturismi. Ma anche questo fenomeno, sembra essere in forte declino, come spesso fa notare Paolo Iabichino e come scrissi l’anno scorso su Wired in seguito alla pessima figura che fece il Sole 24 Ore nel promuovere un prodotto finanziario, affidandosi ai soliti guru del web.

Ed è proprio qui che ognuno di noi entra in campo e cambia le regole del gioco.

Se conosciamo davvero qualcuno e ci sentiamo di volerlo aiutare con un nostro commento, facciamolo senza pensarci due volte e anzi, prendiamoci anche il disturbo di scrivere dieci righe di referenze sul suo profilo. Ma se un post ben scritto o un video particolarmente provocatorio attirano la nostra attenzione, prima di prendere una qualsiasi posizione facciamo una ricerca su Google, analizziamo bene il profilo LinkedIn e riflettiamo molto bene su cosa significhi quel gesto, come la mia rete potrebbe interpretarlo e soprattutto se intendo davvero assumermi la responsabilità di referenziare i contenuti di una persona che non conosco e che potrebbe, attraverso quel contenuto, diventare consulente di un’azienda e interferire con la sua incompetenza nella vita di decine di persone.

Pensate per un attimo se voleste davvero che domani quella persona venisse chiamata nella vostra azienda per mettere bocca sul vostro lavoro. 

Le referenze sono uno strumento straordinario, poiché incidono positivamente o negativamente su un brand, su un prodotto e anche su una persona. Ma credo che nessuno passerebbe le uniche due settimane di vacanza a disposizione in questo hotel.

Eppure il video su YouTube ha migliaia di follower!

Ultim’ora: Ci tengo molto a segnalare un esempio di Employer Branding davvero virtuoso. È quello che sta operando Giovanni Maiolo, direttore di stabilimento di Adler Group nei confronti dei suoi collaboratori e colleghi. Una modalità molto “vera”, che non ha il sapore delle marchette autoreferenziali e che denota un’ottima conoscenza dei social e dei toni di voce appropriati.

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