Linkedin Outlet, i saldi che fanno male.

Questa settimana è stata davvero ricca di occasioni, all’Outlet Linkedin: 

Persone che cercano lavoro hanno allestito le loro vetrine di post “provocatori” scatenando centinaia di commenti livorosi nei confronti di recruiter, selezionatori e operatori HR. Un risparmio notevole rispetto alla creazione di contenuti intelligenti, l’iscrizione a Gruppi del proprio settore con cui condividere esperienze o contattare colleghi, commentare temi e posizionare la propria professionalità.

Opinionisti per Tutte le Stagioni hanno confermato che si, le Agenzie per il Lavoro non esistono, i recruiter sono dei pezzenti che non sanno fare il loro lavoro e che questa incompetenza diffusa di settore non permette loro di accedere alle selezioni. Un risparmio notevole perché è evidente che grazie a questi post quelle persone non dovranno sorbirsi la seccatura di essere convocati ad un colloquio in caso di necessità.

Webstar dei social network che vantando migliaia di visualizzazioni dei loro post, si offrono a loro volta come vetrina per coloro che cercano un’opportunità perché si sa, “in Italia conta il passaparola”. Un grande risparmio effettivamente, poiché permetterà loro di non dover più incontrare candidati i quali nel frattempo, grazie a tutta questa visibilità e al passaparola risolveranno in autonomia il problema della disoccupazione in Italia.

Stessa operazione che non ebbe assolutamente alcun risvolto professionale, ricordo venne fatta da Alessandro Cecchi Paone (il presentatore televisivo) e da una sconfessata docente della Bocconi in cerca di popolarità. Più recentemente anche l’ormai strafamoso Alessandro Proto si era proposto come intermediario delle necessità di ricollocamento dei suoi follower. Almeno di quelli che non hanno la possibilità di accedere a Google per sapere a chi stavano affidando la propria candidatura.

Tuttavia, non mancano altri accoliti che, per il ruolo che ricoprono in azienda (o almeno così dicono) avrebbero ben altre possibilità di assumere persone, in maniera più istituzionale, credibile e nel rispetto dei candidati, anziché affidarsi all’Outlet LinkedIn:

Adesso, alcune considerazioni di puro buon senso.

Il fatto che LinkedIn sia considerato il social professionale e che anche il pesce marcio ha il suo mercato, è un dato di fatto. Questo però non significa che siamo tenuti a comprarlo o che quantomeno, non si possa scegliere di saltare quella vetrina e rivolgerci a venditori più qualificati.

Si è credibili quando si ha una storia. E invece il LinkedIn Outlet sforna ogni giorno un prodotto nuovo, senza alcuna storia. Video comunicatori (e comunicatrici) dall’ hashtag isterico, possessori di job title che servono solo a bypassare competenze e titoli di studio ma non a garantire una preparazione del tutto improvvisata, accademie dell’innovazione ospitate nei coworking che aspirano – con la connivenza di aziende incapaci di immaginare un futuro in autonomia – ad essere il punto di riferimento per una formazione fin troppo discutibile e strapagata, sono all’ordine del giorno.

Sono ancora troppi coloro che non hanno capito che per farsi notare è necessario creare contenuti, dimostrare di essere esperti in un determinato campo, entrare in relazione con persone interessanti, aderire a Gruppi e possibilmente generare occasioni “offline”. Di certo aderire a LinkedIn solo nel momento del bisogno e pensare che basti avere un profilo per essere cercati e assunti, è pura follia.

Non esistono i benefattori, né in azienda né fra coloro che fanno il mio lavoro. Un recruiter risponde prima di tutto all’azienda committente a cui deve dare il miglior servizio possibile presentando i candidati davvero in linea con la job description che avrà compilato INSIEME all’azienda limando le incongruenze, spiegando all’imprenditore o al Direttore di funzione cosa è possibile e cosa è impossibile chiedere al mercato, suggerendo Persone anche di estrazione, età, provenienza, diverse da quelle immaginate.

Altrimenti non è un recruiter, è un passacarte.

Poi il recruiter si occupa dei candidati, che sebbene non paghino (E RICORDATE CHE IN ITALIA E’ VIETATO FAR PAGARE I CANDIDATI PER UNA SELEZIONE), sono comunque considerati “clienti”. Il recruiter deve saper orientare, spiegare, rispondere. Non sempre è possibile e nel caso di candidature completamente disallineate personalmente ritengo che non sia nemmeno necessario e penso che il rispetto si paghi col rispetto. Che non significa solo aver rispetto del mio tempo nella misura in cui sto ricevendo dalla stessa persona 5 cv per 5 posizioni completamente diverse fra loro in cui deduco che stia spammando il curriculum ovunque, ma intendo anche il rispetto nella comunicazione sui social. Un candidato che passa ore a infamare il mio lavoro o a vomitare insulti contro le aziende non può pensare di essere contattato. Ma non è una questione personale: quel candidato ha difatto già compromesso la sua affidabilità.

Oggi si dice Personal Branding ma non è una moda, è sempre esistito. La frase “cercare lavoro è un lavoro” l’avrete sentita milioni di volte e non ci si riferiva solo al fatto che bisogna avere tempo per cercare offerte ed inviare curriculum, ma anche e soprattutto creare relazioni e aderire solo alle offerte in linea col nostro profilo. Il fatto che siano cambiati gli strumenti non significa che sia cambiata la cultura del lavoro e le sue porte di accesso che ancora si aprono con l’invio di curriculum, con colloqui di persona, con le giuste maniere e alla fine, con una trattativa economica.

Sempre se naturalmente stiamo parlando di recruiting di qualità e di alto livello a cui non appartengono le raccomandazioni, gli amici degli amici, il passaparola, le vetrinette proposte da misere comparse da talk show.

Quella non è selezione; sono stracci per l’outlet.

Articolo pubblicato su Linkedin

 

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