Questo sito contribuisce
alla audience di

Forbes e i figli di un Dio maggiore

Ad aprile di quest’anno, Alessandra de Fazio Presidente del Consiglio degli studenti all’Università di Ferrara ha tenuto un discorso davanti al Presidente Mattarella, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico.

Un discorso molto sentito in risposta ai casi di cronaca che fra la fine dell’anno scorso e l’inizio di questo hanno visto diversi ragazzi togliersi la vita, caduti nel vortice di menzogne in cui si erano ingabbiati per non essere in regola con gli esami universitari e non sapere come dirlo a genitori ed amici.

Non siamo più disposti ad accettare senso di inadeguatezza, depressione o perfino suicidi a causa delle condizioni imposte da un sistema malato che baratta la persona per la performance”. Aveva dichiarato Alessandra al Presidente e alla platea di docenti, genitori e studenti presenti all’evento. “Non siamo più disposti a vedere i nostri amici morire perchè si sentono inadeguati”.

Suicidarsi per non riuscire a stare al passo con le aspettative

I dati ISTAT racontano che ogni anno 4mila ragazzi sopra i 15 anni si tolgono la vita. I suicidi nella fascia di età tra 15 e 34 anni sono 468, di questi si contano circa 200 casi tra gli under 24, in altissima percentuale proprio studenti universitari. Tra gli universitari il 33% soffre di ansia, il 27% di depressione. Nelle facoltà più competitive come per esempio medicina, la situazione è ancora più grave con l’incidenza della depressione maggiore da 2 a 5 volte rispetto all’intera platea degli studenti.

Skuola.net, il portale degli studenti più importante che abbiamo in Italia, ha realizzato un’indagine fra circa 1000 ragazzi che lascia davvero sconcertati. Vale la pena leggerla approfonditamente, sebbene cerco di riassumerla riprendendo alcune righe dal portale:

“In circa la metà dei casi, si parla del 16% del totale, la bugia è la regola” mentre “se venisse scoperto dalla famiglia sul reale stato delle cose, il 25% ritiene di poter essere preda di uno stato di disperazione e la stessa percentuale afferma di poter ipotizzare anche un gesto estremo”. A volte si inizia senza un motivo specifico: uno su 3 inizia con piccole bugie apparentemente innocue per allentare la pressione, salvo poi ritrovarsi in una realtà parallela che, per uno su 10, diventa una sceneggiatura dalla quale è impossibile tornare indietro e che richiede di continuare a mentire. La miccia è innescata dall’idea che qualche passo falso possa deludere chi ha scommesso su di loro. In primis la famiglia: circa 1 “bugiardo” su 4 dice di aver nascosto la realtà dei fatti per tranquillizzare i propri genitori. Circa 1 su 5 lo ha fatto per evitare lo scontro in casa. Mentre uno su 10 è ricorso alla bugia per la vergogna di non essere all’altezza del compito che gli è stato affidato.

In occasione di quella giornata a Ferrara, il Presidente della Repubblica replicò garantendo sostegno ai più fragili, con tanto di supporto da parte della Ministra Bernini che promise una proposta di legge per aprire dei veri e propri centri d’ascolto all’interno delle facoltà.

Scusandomi per questa premessa – necessaria per preparare il seguito di questa riflessione – vengo al punto.

Storie di eccellenza imprenditoriale e di cattivo giornalismo

Senza chiamare in causa gli episodi delle puntate precedenti, c’è un format ricorrente in alcuni “giornali di business” in cui certe case history non hanno il merito dell’approfondimento, della “domanda successiva”, ma servono solo ad alimentare uno storytelling dove il successo del self-made-man o della ragazza giovane che ce l’ha fatta da sola scalando startup o posizioni in organigramma sono l’unico obiettivo di chi le pubblica.

In alcuni casi queste storie diventano posizioni in classifica. Forbes ha fatto di questo format il successo delle sue edizioni in giro per il mondo in maniera più o meno sfrontata a seconda dei Paesi in cui viene pubblicato. Un successo che poggia le sue fondamenta sull’egocentrismo e le smanie di protagonismo di perfetti sconosciuti che da un giorno all’altro diventano “giovani più influenti”, “startupper che guideranno il mondo”, e così via.

Giulia Pedretti, “with a little help from my friends”

L’ultimo episodio, molto chiacchierato in questi giorni è quello della giovane Giulia Pedretti, 27 anni, alla guida di un’azienda del settore della sicurezza, che ha diviso il pubblico in tre schieramenti ben definiti: i rosiconi (che non prenderemo in considerazione, in quanto a parte qualche commento di dubbio gusto non hanno elementi utili a portare avanti una discussione), gli entusiasti ad oltranza che non appena vedono l’intersecarsi delle 3 variabili giovane, donna, successo gli parte l’embolo della sorellanza a tutti i costi, i critici (fra cui il sottoscritto) che quanto meno si fanno tre domande nella speranza che qualcuno risponda. Ma nessuno risponderà.

Onde evitare quanto già detto in altre discussioni, ne segnalo due su tutte che hanno colto perfettamente il punto e a cui ho contributo con qualche informazione supplementare: la prima del ruvido Germano Milite amante degli smascheramenti e l’altra di Giulio Xhaet corredata anche da un video

Mi limiterò ad aggiungere che questo genere di articoli servono solo ai giornali che li pubblicano per attirare inserzionisti in cerca di gloria perchè è evidente che da soli, per un motivo o per l’altro non ce la farebbero mai.

Non ce la farebbe Giulia, perchè è figlia di un papà importante che le ha permesso di accorciare le distanze laddove a nessuno studente normale con un genitore normale è permesso. Non ce la farebbe Giulia perchè non ha argomenti e l’intervista in cui si narrano le eroiche gesta di una giovane donna che passa da stagista a CEO in due mosse è un esempio di pessimo giornalismo che mette il microfono davanti alla bocca di chi paga e non fa domande.

Non ce la farebbe Giulia, perchè non ha argomenti. In questa intervista macina due cavalli di battaglia che in bocca ad un “paròn” veneto di 60 anni lo potremmo ancora ammettere, ma da una ragazza così giovane, con studi internazionali, stride come un violino scassato suonato da un cinghiale.

Due motivi per cui questa storia non sta in piedi.

Il primo è quello dei “giovani che non hanno la luce negli occhi”. Senza fare facili ironie, forse quella luce si è spenta quando si sono resi conto che la persona con cui dovevano sostenere il colloquio, titolare di un’azienda, non era esattamente ciò che si aspettavano. Forse a Giulia Pedretti sfugge che non è così frequente trovarsi di fronte a un CEO di 27 anni. A maggior ragione se il livello del colloquio è il seguente:

«Qualche tempo fa cercavo uno stagista marketing per le sedi Italia e Uk. I colloqui li ho fatti io, in entrambi i Paesi. Su 60 candidati solo uno aveva i requisiti. Non chiedevo lauree, master: volevo lingua inglese ed empatia. Alla domanda: su Instagram cosa scriveresti per parlare di Arteak? Il vuoto. Zero entusiasmo, davano l’impressione di essere lì tanto per fare, per accontentare qualcuno a casa. Cosa dire di chi nemmeno sapeva in che settore sta l’azienda?».

Per carità, grande rispetto per un’autostima così alta, ma se fossi in Giulia Pedretti valuterei di far seguire le selezioni a qualcuno che sappia cosa sia una job description e un colloquio strutturato.

Il secondo è quello della donna scavalcata dal maschio patriarca che purtroppo in certe accezioni – come questa – la conversazione assume dei toni talmente imbarazzanti che manda a ramengo tutte quelle volte in cui il patriarcato va davvero condannato e respinto. Ma si sa, un pò di sano #MeToo vale cento volte una specializzazione.

E così, ecco puntuale anche la retorica della donna che col collega maschio incontra i fornitori in fiera che si rivolgono a lui, considerandola una hostess.

«Sono donna e sono giovane: combinazione devastante (ride, ndr). Ironia a parte, sicuramente sì: al primo incontro con i clienti non è raro che le domande le facciano al collega maschio che c’è con me, che magari è il Ceo o magari un funzionario. Allora sono io che mi prendo la parola: certo, che fatica extra. Oppure, alle fiere: c’è chi mi scambia per la hostess e poi fa una faccia così quando vede il biglietto da visita. Sono in partenza per diversi eventi nei Paesi arabi, metto in conto la diffidenza. Non pensiamo che da noi non succeda…».

Ora, un lettore minimamente critico di fronte ad una dichiarazione del genere, farebbe presente che una fiera è il posto per eccellenza dove trovare hostess (giovani e piacenti – e magari su questo ci sarebbe qualcosa da dire, ma la Nostra CEO paladina del femminismo il problema non se lo pone proprio) che accompagnano imprenditori nelle presentazioni di prodotti e servizi e pertanto è quantomeno giustificabile il bias cognitivo.

Cosa invece decisamente rara è vedere una CEO di 27 anni, in Italia come all’estero. E con tutto il rispetto, se questo è l’approccio comunicativo, conoscendo le basi minime della cultura imprenditoriale e maschilista degli Arabi, mi sento di darle un grande e sentito in bocca al lupo per le sue prossime trasferte.

Termino con un giudizio nei confronti di questa stampa strillona: Giulia Pedretti ha tutto il diritto di farsi conoscere e di emergere, di rincorrere Forbes per farsi inserire nelle sue liste (spero gratuitamente), di scimmiottare le polemiche tipiche dell’imprenditore anni 50 che troppo spesso leggiamo sui giornali forse consigliata da qualche consulente di comunicazione che ama seguire i trend dei social, ma su una cosa non si può assolutamente transigere.

La comunicazione tossica che questi giornali continuano a diffondere attraverso “case history” di giovani pargoli di famiglie benestanti a cui vengono offerte opportunità che non sono assolutamente ordinarie e spacciarle per tali. E in seconda istanza, raccontare di “eccellenze italiane” anche se queste alla fine dei conti, hanno la sede a Londra.

Un po’ di rispetto per l’informazione e per chi si deve fare il mazzo vero per ottenere un posto da stagista, tre o quattro volte, prima di ricevere una busta paga da sopravvivenza minima.

2 commenti su “Forbes e i figli di un Dio maggiore

  1. La vicenda ha tutte le carte in regola per sviare ogni seria analisi del successo lavorativo.
    Fa leva su temi caldi che meritano discussioni in sede appropriate, approfitta del clamore suscitato ed esalta, spesso in negativo, le emozioni di chi si sente parte in causa.
    Avere successo è un concetto che si evolve: negli anni pre-internet alcune realtà semplicemente non esistevano e CEO aveva una connotazione differente. Ad esempio una start-up molto spesso è una società “a termine” che nasce, si sviluppa e cresce in una ridotta percentuale dei casi. E il CEO ha un ruolo di rilievo, questo sì, ma meno impattante rispetto a chi amministra un’azienda consolidata e magari “storica”.
    Essere una prima donna nel mondo del lavoro è un altro tabù che gradualmente si sta dissolvendo. E chi riesce a mettersi in mostra rappresenta la classica mosca bianca.

    Tutti temi, riprendo, che hanno un loro spazio in cui essere analizzati, compresi, studiati. E, proprio perché complessi, non si prestano a facili conclusioni.
    Semplificare significa rendere un argomento difficile fruibile a tutti. Così che tutti ne possano parlare, possano dire la propria; con la conseguenza che questa banalizzazione diventa la leva che fa scoop, è la benzina che fa ardere le discussioni nelle piazze.
    Ed è noto che la commistione di pareri discordanti, di discussioni apparentemente valide ma spesso inutili, contribuiscono a nutrire il folto gruppo di giornalismo sensazionalistico. Fine a se stesso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

17 + 13 =