(S)vendere il lavoro che non c’è

Non nutro una grande passione per prestigiatori, mimi, imitatori e oroscopi.

Esiste tuttavia una categoria che è il mesh-up perfetto di tutti questi: sono coloro che realizzano le statistiche sulle figure professionali più ricercate sul mercato.

In genere si tratta di società di ricerca e selezione che, per affermare un’immagine un pò appannata e che in tempi di ristrutturazioni aziendali rischia di avere lo stesso valore strategico di un casellante alle partenze per Saturno, cercano di attrarre un pò di attenzione sulla loro caratura professionale di esperti di settore.

Varrebbe davvero la pena di capire se, a distanza di due anni queste statistiche abbiano trovato effettivo riscontro con il mercato e confutarle con quanto le aziende abbiano davvero investito in queste figure professionali. (Se non altro, per evitare di leggere le prossime). 

Non credo che queste statistiche abbiano mai convinto alcuna azienda a rivedere i propri piani strategici assumendo magari qualche export manager in più solo perchè lo dicevano le statistiche, e tantomeno abbiano creato dei flussi di formazione professionale per candidati decisi a seguire il trend dei nuovi mestieri. 

Dunque, qual è il loro scopo?

Partiamo da Michael Page, una delle società più accreditate per la ricerca di middle management che nel 2013 proponeva una classifica di questo genere:
1. Export Manager 2. Risk Manager 3. Direttore Vendite 4. Direttore Risorse Umane 5. Responsabile IT

Dopo solo un anno la classifica viene completamente sconvolta. Il mondo del lavoro sembra improvvisamente essersi votato al digitale, ed ecco sparire l’orientamento ai mercati esteri, al commercio e al recupero crediti per far spazio a:

1. e-commerce manager 2. Real Time bidding manager 3. IT Manager 4. Lean Manager 5. Export Area Manager

Un occhio mediamente attento alla situazione digitale italiana in primis e alle basi della pubblicità poi, capirebbe da solo il goffo tentativo della società di selezione di darsi un tono “futuribile”, ma ben distante sia con la preparazione dei candidati sulla piazza, quanto delle reali esigenze delle aziende oggi.

Analizzando le previsioni di Manpower, la classifica 2013 è completamente differente, quanto generica:
1. Lavoratori specializzati 2. Ingegneri 3. Commerciali 4. Tecnici 5. Amministrativi

Praticamente ci sono tutti. Come dire che in una squadra di calcio è funzionale che ci sia: 1. portiere 2. difensori 3.mediani 4. attaccanti 5. punte

Nel 2014 la stessa statistica sembra non presentare grosse differenze e non avvicinarsi nemmeno per miracolo a quella di Michael Page (certo cambiano magari i profili, ma è possibile che siano così differenti anche i segmenti di mercato?). 

Volendo considerare il Censis, per verificare se almeno gli istituti di statistica accreditati, trovano un punto di contatto con gli operatori di settore, veniamo folgorati da un’illuminazione. La ricerca si apre così: “Il saldo occupazionale degli ultimi anni è stato decisamente negativo: il 33,6% delle aziende ha diminuito i livelli occupazionali, il 20,2% li ha aumentati e il 46,2% li ha mantenuti inalterati. Ma il dato più rilevante è che una buona parte del tessuto produttivo ha avviato processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale che hanno messo al centro la valorizzazione delle competenze dei lavoratori. “

Detto questo, la classifica assume dei toni anche qui generici e scontati. Da un istituto di ricerca ci aspetteremmo almeno un pò di specifiche maggiori:

1. commerciali (dagli export manager agli agenti di commercio, 36,4% ), 2. i tecnici (32,4%), 3. gli amministrativi (31,4%) e gli ingegneri (25,4%), 5. esperti di comunicazione e nuovi media (ricercati dal 12,2%) e di informatici, sistemisti e programmatori (10,1%). 

Discreto allineamento con Manpower nelle prime figure, sostanziale disallineamento con Michael Page.

E’ evidente che queste statistiche di cui sono ghiottissimi i giornali, ma che non hanno alcun valore aggiunto nè per i candidati, nè tantomeno per le aziende, nascondono al loro interno una nemmeno troppo abile operazione di comunicazione. Ognuno di questi operatori segnala e promuove le proprie competenze, come se un salumiere dicesse che il cibo del futuro sono prosciutti e salami. 

Se si citassero le fonti (non quelle interne, autoreferenziali) e motivassero queste analisi spiegando chi sono le aziende intervistate e perchèpensano che più direttori del personale (per es.) possano fare la differenza in azienda – motivo per cui pensano di assumerne di più – non solo gli esperti di settore farebbero cultura d’impresa, ma renderebbero queste statistiche, credibili. 

Ultima chicca che merita un’assoluta menzione è la TopTwelve di Panorama, in edicola proprio questa settimana utile e credibile quanto l’invenzione della clessidra rapida.

Vale la pena di citarla tutta:
1) Architetti digitali 2) Minatori spaziali 3) Consulenti per il benessere degli anziani 4) Costruttori di parti del corpo 5) Ispettori ambientali 6) Sviluppatori di avatar 7) Nano-medici 8) Guardiani della privacy
9) Responsabili di farmacie staminali 10) Collaboratori di fattorie urbane e verticali
11) Addetti allo smaltimento dei dati informatici 12) Personal branding manager e omnipotence delimiter

Mai più senza.

Articolo pubblicato il 18/7/2014 su Il Giornale digitale

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