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Milano cerca social media manager. Ed è già Black Friday.

Sala in smart working

Forse il sindaco Sala si è lasciato prendere un po’ la mano dalla febbre da Black Friday che da questa settimana e per le prossime due, sta contagiando il commercio nazionale. Non si spiega altrimenti la controversa offerta di un bando pubblicato dal Comune di Milano in cui a fronte di competenze molto specifiche (anche al di sopra di quelle normalmente richieste ad un social media manager), si richiede di rispettare un orario di lavoro che non prevede soste e weekend, in cui si lavora anche e soprattutto quando gli altri riposano, sono in vacanza o dormono, si offre uno stipendio al di sotto di qualsiasi ragionevole proposta.

L’abitudine di Milano a poter disporre di risorse umane infinite a fronte di un mercato del lavoro in costante flessione soprattutto dopo la pandemia, in cui il costo della vita sembra voler recuperare due anni di inattività a spese dei cittadini costringendo molti di questi a rivedere i propri piani, deve aver dato di testa a chi ha pubblicato l’inserzione.

Una proposta che (non) puoi rifiutare

La proposta prevede un “Impegno quantificabile in circa 900 ore complessive” che, se consideriamo che il contratto si aprirebbe il 24 dicembre 2022 per concludersi il 14 giugno 2023, in pratica si tratta di un contratto a tempo determinato di meno di 6 mesi. Viene da chiedersi per quale motivo non sia previsto un contratto a tempo indeterminato, se il Comune di Milano crede davvero a quanto dichiara: “i social network sono divenuti uno strumento irrinunciabile per il dialogo e il confronto fra i cittadini e la Pubblica Amministrazione”.

O se come al solito, usiamo le parole un po’ a casaccio per fare del pop -marketing alla rinfusa.

Per quanto riguarda lo stipendio, l’offerta è di 8.259,02 euro lordi complessivi, che visti tutti insieme sembrano una bella cifra, ma se si dividono per i mesi di lavoro si tratta di poco più di 1.350 euro al mese. Considerando che il candidato/a selezionato dovrà essere in possesso di partita iva o costretto ad aprirne una, stiamo parlando di una cifra pari a circa 9,20 euro lordi all’ora.

Dunque circa 6 euro netti per “un presidio 7 giorni su 7, dalle 9:00 alle 19:30”. Quindi, i giorni lavorativi non sarebbero 22 al mese, ma l’intero mese laddove è richiesta anche la reperibilità casomai succedesse qualcosa di importante per cui diventa necessario informare la cittadinanza. E per decreto, il Comune deve farlo entro un’ora dall’accaduto.

Lavori che faticano a trovare una dignità

Riccardo Pirrone, social media manager di Taffo e da qualche mese Presidente della neo-associazione di categoria dei social media manager ha fatto sentire la sua voce:

Sia le aziende che le istituzioni vedono il Social media manager come una figura ibrida e non come un professionista, vogliono una persona competente, ma non vogliono pagarla adeguatamente. Vogliono una persona con esperienza, ma giovane, perché considerano i social network un mezzo nuovo, quando in realtà Facebook è arrivato in Italia nel 2008, ben 14 anni fa. E questo è il Comune più all’avanguardia, pensate gli altri. Inoltre, gestire i social della Pubblica Amministrazione è ancora più complesso rispetto al settore aziendale. C’è bisogno di maggiori competenze, una proprietà di linguaggio adeguata, capacità di customer care, di analisi situazionale e anche nozioni di psicologia sociale. Se avete tutte queste capacità e volete provare l’ebbrezza della precarietà a Milano potete candidarvi, ma dovete fare in fretta perché il bando scade il 23 novembre.

E io sono sicuro che in molti parteciperanno alle selezioni del Comune di Milano, anche solo per poter inserire nel CV di aver lavorato per il sequestratore milanese.

La città del business?

La domanda da cui il Sindaco Sala e la sua amministrazione stanno sfuggendo da mesi, riguarda la coerenza fra la narrazione della città del business e l’impossibilità di trovare seriamente un lavoro o quantomeno una retribuzione adeguata a quello che è diventato il costo della vita in città.

La crescita esponenziale dei prezzi degli affitti per i residenti ma anche degli alberghi per chi ha la necessità di pernottare in città per lavoro, sta iniziando a far retrocedere coloro che hanno investito qui parte della loro vita, ma ha portato anche molte aziende a riflettere se valga la pena continuare a tenere uffici-civetta in città e spendere soldi importanti per le trasferte dei collaboratori.

Tre giorni a Milano per un libero professionista diventano proibitivi, per un’azienda di medie dimensioni una voce di costo da tagliare.

Su Linkedin aumentano ogni settimana i commenti di coloro che stanno ripensando il loro futuro verso città più sostenibili, ben supportati da quanti hanno già fatto questo passo.

L’anno che sta arrivando

Le gaffe di Sala riguardo ai temi del lavoro prima, durante e dopo la pandemia non si contano più e probabilmente questa non sarà nemmeno l’ultima. Ma al di là delle macchiette, Milano deve fare una profonda riflessione su che ruolo vorrà assumere nell’immediato futuro e in prossimità di un anno decisivo: il primo senza pandemia e alla luce di una “nuova normalità” fatta di great resignation e grandi ripensamenti.

Ma se la normalità per Milano sarà continuare la narrazione dell’unica città del lavoro senza offrire prospettive a lungo termine, il rischio è che altre regioni si sveglino e diventino più accoglienti e in grado di attrarre aziende più attente ai costi e alle esigenze dei propri collaboratori, e professionisti che dopo la pandemia hanno iniziato a ripensare gli equilibri fra vita privata e vita professionale.

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