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Quanto vale Milano?

Se con l’anno appena passato abbiamo potuto sperimentare una fase di rodaggio al cambiamento e alla mutazione di processi e modelli quanto mai veloce e concreta, il nuovo anno ci sta presentando un panorama che, sebbene in tutta la sua gravità economica, metterà in scena una rappresentazione tutta nuova del concetto di lavoro.

Finalmente, da spettatori attenti quali tutti noi siamo, conosceremo l’epilogo del duello fra chi auspica ad un ritorno alle cattive abitudini e chi spinge in direzione di una sostenibilità personale e professionale di ben altro respiro.

Candidáti al bivio

È probabile che con quest’ultima frase io abbia spoilerato la mia preferenza, pertanto non nasconderò che nella classifica personale dei luoghi comuni che riguardano Milano – e ripeto personale – al primo posto metto “la velocità”, al secondo “la vicinanza al business” che sono due temi molto caldi per chi spesso si trova a dover fare una scelta professionale e decidere in funzione di una nuova azienda, una nuova città, nuove abitudini.

Non posso negare di essermi trovato spesso di fronte a candidati che al momento di una proposta vantaggiosa per la crescita professionale nonchè dal punto di vista retributivo, abbiano rinunciato, convinti che l’allontanamento dal “centro del business” li avrebbe messi in qualche maniera fuori dai giochi. Considerazione che talvolta mi è stata fatta anche da chi si trovava in difficoltà da qualche anno. Uno dei quali ricordo, dichiarò “se vado via da Milano, perdo tutto“.

Massimo rispetto per qualsiasi scelta anche se a volte non capisco perché ci si candidi per offerte di lavoro in cui le regole di ingaggio sono chiare fin dall’inizio se poi non si è disposti ad osservarle.

Di sicuro Milano (o chi per lei) ha lavorato molto bene sulla propria immagine e ancor di più sulla percezione di esclusività al punto da riuscire a mettere in ombra il resto del Paese, declassandone meriti e unicità. La città più improduttiva d’Italia, riesce a parlare di motori più dell’Emilia, di scarpe più delle Marche, di fashion più della Toscana, di alimentare più di tutto il Sud messo insieme. Questo è certamente servito ad attrarre migliaia di neolaureati e professionisti da aree del Paese in cui le opportunità sono di gran lunga inferiori numericamente e qualitativamente.

Oltre – mi viene da dire – a creare un senso di appartenenza o di riconoscenza tale da far dimenticare inflessioni e provenienze già dopo poche settimane di residenza. Mi ha sempre affascinato l’atavico senso di inadeguatezza dello straniero del Sud che, seppur conoscendo alla perfezione com’è fatto un porto, una rete e una barca, per non contraddire, annuisce di fronte alla storiella del “pesce più fresco d’Italia”.

Il mercato del lavoro ancor prima del Covid parlava chiaro: Milano era già in crisi (come d’altronde tutto il resto del Paese) dal 2008, l’Expo in qualche maniera ha rappresentato un ricambio d’ossigeno del tutto temporaneo (e aggiungerei anche poco trasparente nel decretare un successo molto celebrato ma i cui risultati non sono mai stati rivelati), per poi ripresentare un conto ancor più salato a partire dal 2018, anno in cui – nonostante io non operi su territorio milanese – ho registrato un notevole numero di candidature da quell’area per posizioni localizzate in tutte altre geografie. Candidature che quasi mai si risolvono con un’assunzione proprio per la riluttanza da parte della maggioranza dei candidati di accettare il trasferimento.

Fra luoghi comuni o semplici giustificazioni

Il terzo fattore su cui si basano gran parte delle decisioni dei candidati riguarda la retribuzione: gli stipendi a Milano sono superiori alla media. Fattore che, grazie allo smartworking diffuso e alle riscoperte esigenze di uno stile di vita più adeguato, rischia di perdere definitivamente la sua attrazione là dove, a guardare bene, presenta non poca debolezza nella sua contestualizzazione. Se le cifre sulla carta raccontano una storia, quando arrivano all’Esselunga o nelle tasche del padrone di casa, ne raccontano un’altra.

Analizzando i dati di Job Pricing che ogni anno produce un’indagine delle retribuzioni ben circostanziata anche per province, possiamo verificare lo stato dell’arte degli stipendi in Italia. A questo aggiungo, come mi ha spiegato Alessandro Fiorelli, CEO dell’azienda, che la media complessiva è stimata verso l’alto, non essendo qui registrati i contratti a termine e quelli relativi a profili poco professionalizzanti.

1Milano35.497118,11
2Bolzano33.602111,82
3Trieste33.513111,552
4Genova32.493108,13-1
5Bologna32.242107,34-1
6Roma32.224107,282
7Parma31.871106,06-1
8Monza Brianza31.625105,27-1
9Varese31.586105,19
10Piacenza31.446104,6177
11Trento31.231103,911
12Torino31.088103,4131
13Reggio Emilia30.985103,1152
14Modena30.882102,810-4
15Lodi30.699102,1194
16Firenze30.463101,412-4
17Verona30.414101,214-3
18Bergamo30.364101,018
19Ravenna30.229100,6201
20Como30.085100,116-4
21Novara30.045100,021
22Venezia30.02299,9275
23Padova29.86599,4285
24Alessandria29.86399,423-1
25Aosta29.83999,325
26Vicenza29.79399,122-4
27Belluno29.76999,13710
28Lecco29.76399,024-4
29Sondrio29.71398,94213
30Ferrara29.71198,94313
31Rovigo29.62998,631
32Udine29.57898,4397
33Cuneo29.55098,326-7
34Massa-Carrara29.49498,14612
35Cremona29.48098,129-6
36Brescia29.45398,0448

La ricerca di JobPricing è consultabile qui

È evidente prima di tutto che a Milano, ancora prima in classifica per retribuzione in un complessivo regionale che quest’anno è sceso al secondo posto cedendo il podio al Trentino per pochissimi spiccioli (ma ad altrettanto pochissimi spiccioli ha alle spalle Emilia, Veneto, Toscana, Friuli e Liguria) non corrisponde un costo della vita adeguato agli stipendi medi. Ne possiamo discutere quanto volete, ma a fronte di un’ingente concentrazione in città di Amministratori Delegati e Top Manager, c’è una presenza decisamente più significativa di colletti bianchi, camerieri, commesse, dipendenti pubblici, fattorini e via a scendere.

È innegabile che – per esempio – i 3000 euro l’anno di differenza fra Milano e Bologna abbiano un peso specifico completamente diverso se appartieni a una di quelle categorie e hai il brutto vizio di fare la spesa o pagare un affitto.

Il menù è ricco, ma chi può permetterselo?

Alessandro Fiorelli mi ha suggerito di consultare NUMBEO, un sito che mette in comparazione il costo della vita in tutte le città del mondo. Così, mettendo a confronto Milano con 5 città che possano essere di riferimento per chi cerca una forte industrializzazione, una forte attenzione ai servizi, un contesto metropolitano oppure in funzione di un ambiente meno stressante, ecco i risultati:

Naturalmente questa comparazione la si può fare per qualsiasi città; senza scendere nel merito dei gusti personali ho voluto rappresentare 5 città con caratteristiche molto diverse fra loro e sufficientemente “decorose” (alcune anche non proprio “economiche”), per reggere il confronto.

È evidente che se la cultura generale del lavoro dovesse proseguire nella direzione di smantellare i muri per progredire verso una migliore razionalità degli spazi, dell’ambiente, del tempo dei dipendenti e soprattutto in virtù dei loro obiettivi, lo stipendio Milanese trascinato a Bologna, Firenze, Torino, Vicenza e anche Roma, rischia di valere un terzo in più, a Bari potrebbe raddoppiare. Considerando la percentuale di Pugliesi presenti a Milano, è facile immaginare quale possa essere lo scenario che da qui ai prossimi due anni caratterizzerà una città che fino ad oggi ha investito esclusivamente su una sola immagine e su un unico leit motiv: quello della città europea, all’avanguardia nei servizi.

Le analisi retributive non contemplano la qualità della vita

Come dice Alessandro Fiorelli, nelle analisi retributive non è contemplata la qualità della vita, che è il quarto ed ultimo aspetto che lega un cittadino, un lavoratore, un candidato, all’ambiente in cui vive. In molti confondono la qualità della vita con le opportunità professionali o con il grande movimento di eventi cittadini e sicuramente Milano sfoggia da anni un cartellone perfetto, reso ancor più evidente dalla poca predisposizione al marketing e alla comunicazione di altre città che invece altrettanto avrebbero da dire, nel loro piccolo.

Siamo talmente abituati a guardare in una sola direzione che chiunque affermasse che un cittadino di Reggio Emilia ha la possibilità di accedere a scuole migliori per qualità di istruzione, addirittura a livello Europeo, non ci crederemmo. Ugualmente, potrebbe sembrare assurdo affermare che Rimini offra più opportunità di cultura e tempo libero così come maggiore è il numero di POS attivi rispetto a Milano, per non parlare di Firenze che ha un indice maggiore di digitalizzazione dei servizi pubblici e Napoli addirittura per numero di carte d’identità elettroniche emesse, solo per fare qualche esempio.

La fonte è l’analisi annuale del Sole 24 Ore.

La qualità della vita si fonda su parametri che poco hanno a che fare con l’altezza dei grattacieli, il numero di modelle, di coworking fighetti o di mega caffetterie che ci ricordino l’ultimo viaggio compiuto all’estero. Riguardano invece quei parametri che regolano la quotidianità e rendono la vita, appunto, di qualità e in quasi tutti questi aspetti, Milano si trova mediamente nei primi posti, ma quasi mai al primo posto.

Parliamo ad esempio dei consumi pro capite (3. posto), della capacità di spesa per famiglia (18.mo posto), degli investimenti in cultura (66.mo posto per Biblioteche ogni 1000 abitanti, 46.ma per la disponibilità di librerie e 45.ma per i cinema, 14.mo per offerta culturale, 3. per spese al botteghino, 45.ma anche per indice di lettura dei quotidiani), della presenza di impianti sportivi (85.ma per piscine ogni 1000 abitanti e 45.ma per palestre ogni 100.000 abitanti), della capacità di cure alla popolazione (32.mo posto nell’offerta di pediatri ogni 1000 abitanti e oltre il 100.mo posto per i medici generici).

Le startup col naso lungo e le gambe corte.

Anche per quanto riguarda l’occupazione, il piatto forte della casa, Milano risulta al 5. posto in Italia e fra i primi 10 per gap occupazionale fra uomini e donne. Se risalta il terzo posto per la presenza di startup innovative, stride l’86.mo posto per presenza di aziende con un titolare sotto i 35 anni. Questi dati, insieme all’80.mo posto per capacità di reti d’impresa, il 6.posto per presenza di imprese straniere, e l’ultimo posto (108) per presenza di imprese femminili disegnano uno scenario ben lontano da quello immaginifico della tanto paventata città europea.

Il confronto con Madrid e Barcellona, solo per la considerazione in termini di supporto all’imprenditoria femminile sarebbe impari.

Non vorrei nemmeno fare riferimento alla Milano da bere, ma anche questo sembra l’ennesimo luogo comune da scardinare dal momento che anche per l’offerta di bar Milano si colloca al 55.mo posto fra le città italiane e 45.ma per ristoranti a disposizione ogni 1000 abitanti.

Siamo di fronte a un bivio, dunque. Si conta che quasi un terzo degli studenti sia tornato a studiare “a casa” e altrettanti dipendenti delle grosse aziende usufruendo della possibilità di lavorare da remoto abbiano pensato di abbattere i costi di affitto, baby sitter e scuole a tempo pieno occupando le case di proprietà o di famiglia nelle regioni di provenienza.

Io sono certo che Milano si rialzerà e riprenderà a correre come – e se possibile – anche più di prima. Ma se il suo pubblico migliore in un anno di tempo dovesse aver riscoperto un passo e un senso a cui non era più abituato, di certo dovrà essere molto convincente per recuperare una nuova identità e una migliore attrattività.

Esclusi i presenti.

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