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Giornalisti che parlano di camerieri, ma che non sanno servire una domanda.

Voci assolutamente infondate mi dicono che De Gregori avesse scritto: “Un giornalista lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”, ma poi, vedendo in che condizioni versa gran parte della stampa nazionale, abbia preferito dedicarsi ai calciatori.

E fin quando nessun giornalista verificherà la fonte, questa notizia potrebbe anche essere vera.

Ma, se di coraggio e altruismo siamo totalmente carenti, di fantasia i giornalisti italiani ce ne stanno mettendo davvero molta in quella che è l’immarcescibile Saga degli Imprenditori che non trovano candidati, che dopo aver svernato nelle industrie, con la bella stagione si sposta sulle spiagge di tutta la costa italiana (come vedremo più sotto).

Un virus creato in laboratorio

Breve anticipazione: l’articolo non è breve, ma potrebbe essere divertente sotto certi aspetti. E’ pieno di fonti, di link e di testimonianze perchè ritengo che sia fondamentale sostenere opinioni che vanno controcorrente, con i dati. Soprattutto quando il tema di cui si discute è supportato da decine di articoli giornalieri e da dichiarazioni di imprenditori e rappresentanti di categoria in giacca e cravatta.

Pertanto, con lo scopo di arrivare al punto “Camerieri che non si trovano”, vorrei provare a fare un excursus sull’origine e la diffusione della Saga nel tentativo di individuare responsabilità ed obbiettivi.

Il primo reperto della Saga degli Imprenditori che non trovano Dipendenti risale al 2017, per opera del Sole24Ore che dà voce a Giovanni Brugnoli che in Confindustria è il referente di quella che viene chiamata “Area People” e dovrebbe rappresentare una sorta di “ufficio Risorse Umane”.

Fermo restando il linguaggio e la notizia in perfetto stile scandalistico non supportata da alcun dato obiettivo (scientifico, tecnico, analitico o anche una sola semplice indagine fatta al bar al momento della chiusura delle saracinesche), un giornalista con un cervello tutto suo avrebbe quantomeno provato a fare la differenza fra i neo diplomati e i neo laureati degli ultimi 5 anni e il numero di “profili richiesti dalle aziende” secondo le dichiarazioni di Confindustria per scoprire che ci sarebbe molta più offerta che domanda se solo la si sapesse intercettare in maniera corretta e professionale. E che dunque il problema non risiede nella matematica, ma – molto probabilmente – nel modo in cui si cercano queste figure.

Perchè, parliamoci chiaro, la stragrande maggioranza delle aziende associate a Confindustria non sono precisamente colossi strutturati, bensì medie aziende per lo più padronali, in cui la cultura del personale è a discrezione del paròn e i rispettivi uffici spesso e volentieri si occupano di amministrazione o poco più.

Da questo momento, il “mismatching” (che detto in inglese probabilmente rafforza la carenza di dati e contenuti) diventa il cavallo di battaglia su cui Confindustria punta per nascondere evidenti “carenze aziendali” dei suoi associati, garantendo al Sole24Ore una passerella per tutti i Presidenti delle varie Confindustria di settore che possono così lamentarsi a turno, in preciso ordine alfabetico, di non trovare “personale specializzato”.

L’inizio della Saga.
Stagione uno episodio pilota

E’ sempre il 2017, siamo quasi verso la fine dell’anno, il Natale si avvicina e Linkiesta (seguita a ruota da Repubblica) esce con un articolo “bomba”: “Cerco baristi e panettieri ma non ne trovo“. Il sig. Pattini, famoso titolare di una catena di panifici a Milano è addirittura da ferragosto che non trova personale. E siamo a ottobre.

Ma sfiga vuole che Valentina, una delle candidate che ha mandato il suo curriculum, non ricevendo alcuna risposta decida di presentarsi spontaneamente in negozio e quello che si scopre è sorprendente:

Sarà un bravo giornalista di Vice, Stefano Santangelo, a sollevare il coperchio della pentola e scoprire il minestrone raffazzonato con cui Linkiesta prima e Repubblica dopo hanno attirato click sui loro social.

Peccato che la notizia non c’era e peccato anche che tutti coloro che hanno dato dello scansafatiche ai “giovani d’oggi” non abbiano pensato quantomeno di scusarsi. Ma si sa – e lo sanno bene i giornali – i social funzionano così.


Da questo momento, la Saga degli imprenditori che non trovano dipendenti “perchè i giovani non hanno voglia di lavorare” (in attesa di trovare nel Reddito di Cittadinanza anche una scusa politica per alimentare una campagna elettorale un po’ fiacca), decolla.

Insieme al Sole24Ore e Repubblica sarà il Gazzettino Veneto a produrre il maggior numero di articoli in cui in totale assenza di domande, di confutazione di dati, di rispetto minimo per la notizia (e per i lettori), si va in stampa.

Le domande che i giornalisti non amano fare

A scuola di giornalismo fra le cose importanti che vengono insegnate è che prima di pubblicare un articolo si è tenuti a verificare le fonti. E per farlo, sarebbe opportuno per esempio fare una domanda (almeno una) o fare una ricerca per capire se il tuo interlocutore è affidabile o meno. Con il supporto dei social, dei blog, e dei motori di ricerca, la verifica delle fonti nel 2021 è ben altra storia rispetto a soli 10 anni fa.
Un lavoro che si può affidare al primo minuto di uno stagista, ma che giornalisti di lungo corso non sanno (o non vogliono) fare.

Per quanto riguarda le domande invece, è necessaria tanta correttezza professionale e rispetto per il proprio lavoro.

Una domanda abbastanza banale (senza dover disturbare la buonanima di Enzo Biagi) potrebbe essere per esempio:
“Come li avete cercati”?

Se poi un giornalista, mosso dal sacro fuoco di Bob Woodward e Carl Bernstein (i due giornalisti che indagarono lo scandalo Watergate, da cui il celeberrimo film con Dustin Hoffman e Robert Redford) volesse addirittura fare un approfondimento, potrebbe chiedere:
“Che tipo di contratto e retribuzione offrite?”

Basterebbero queste due domande per rendere vane centinaia di pagine di articoli inutili e fondati sul più totale “nulla di nulla”.

Una precisa strategia?

A meno che, dietro questi articoli non si nasconda una strategia precisa: sostituire i cari vecchi publiredazionali (finti articoli a pagamento che nascondono un messaggio pubblicitario), con articoli totalmente infondati ma fortemente attrattivi per i “click”, con cui fare pubblicità ad un’azienda e ai suoi imprenditori e al tempo stesso garantire la gioia dell’algoritmo.

In fin dei conti pensateci: quale miglior messaggio pubblicitario ci può essere per un’azienda, nei confronti dei suoi competitor, dei suoi partner, dei suoi clienti e fornitori che dichiarare ad un giornale:
a) di essere in grande crescita
b) di guardare addirittura all’estero
c) di aver bisogno di assumere (ma non riuscirci)

Da questo momento in avanti è un susseguirsi costante di giornali che pubblicano dichiarazioni di imprenditori che fanno a gara a chi deve assumere di più, ma il mondo lì fuori non glielo consente.

La narrazione va avanti. Liliana Carraro, portavoce dell’omonima azienda di trattori Antonio Carraro, lamenta l’impossibilità di far fronte a 70 assunzioni nonostante le paghe “sopra la media”. L’articolo del Gazzettino Veneto viene rimbalzato su tutte le testate del Gruppo, ripreso dal Messaggero, ma in breve i nodi vengono al pettine. 70 figure specializzate a fronte di 240 dipendenti significa aumentare di circa un terzo la forza lavoro; forse il numero è impreciso, ma di certo fa molto scalpore e aiuta la visibilità dell’articolo.

Sul sito aziendale non c’è l’ombra di queste ricerche (appariranno poi successivamente alle polemiche). La proposta per figure specializzate è evidentemente al di sotto di qualsiasi media nazionale. A questo si aggiunge una dichiarazione dei rappresentanti della FIOM di Padova che si sono rifiutati di firmare un piano industriale che sembrerebbe a loro dire, prevedere un deciso peggioramento retributivo per tutti i nuovi assunti, inquadrati al di fuori degli accordi aziendali, non partecipando così a incentivi, premi aziendali e operando in regime di maggior precarietà.

Grafica Veneta è la tipografia in cui si stampa Harry Potter. All’inizio del 2019 ancora un articolo con le medesime argomentazioni: “offriamo contratti al di sopra della media, non riusciamo a trovare collaboratori, i giovani non hanno voglia di lavorare” e il leit motiv dell’ennesimo imprenditore.

Rari, ma bravi giornalisti

Fortunatamente è il Mattino di Padova a ridare speranza al giornalismo e la situazione si aggrava ulteriormente, poiché sembrerebbero emergere condizioni contrattuali in cui ferie, straordinari, festivi e orario di lavoro non sono regolamentati secondo un Contratto Collettivo di riferimento, ma su “base volontaria” (verrebbe da dire: su volontà dell’imprenditore). Inoltre, alla domanda precisa, corretta e necessaria del giornalista Cristiano Cadoni che chiedeva la modalità con cui in azienda si ricercano le figure la risposta è stata:

«Qualcuno non è piaciuto all’ufficio del personale, mi hanno detto che erano rompicoglioni. Altri non erano adatti a lavori un po’ pesanti. Ora abbiamo tante candidature, ma cosa me ne faccio di uno di Catanzaro? Qui non ci sono case e stare a Castelfranco vuol dire fare 50 km al giorno, poi uno è in difficoltà».

Si scopre che per la ricerca di queste figure, internet non è stato minimamente preso in considerazione perché l’imprenditore “non lo usa”, e le selezioni anche qui sono state condotte prevalentemente con il passaparola e qualche agenzia interinale locale (Trebalseghe è un paese di 12.000 abitanti!). Non è stato preso in considerazione nemmeno il Centro per l’Impiego, confermano i sindacati del posto.

Infine, è SkyTG24 a condurre l’ultimo “reportage” sul tema. Le aziende interpellate si chiamano Tiemme (azienda di 45 dipendenti senza un sito internet) e la Peruzzo macchine agricole, azienda storica che un sito ce l’ha, ma nessuna offerta di lavoro pubblicata.
Già dai primi secondi del servizio capiamo che la prima è un’azienda a conduzione tipicamente familiare con numeri e cultura imprenditoriale non sostenibili per alcun tipo di attività di selezione strutturata in cui è evidente che il giornalista ha sovrastimato l’entità del caso (che non esiste: la richiesta di personale è estremamente minima rispetto alla gravità della situazione che nel servizio televisivo si vorrebbe sottolineare).

Il sig. Peruzzo che invece esporta in tutto il mondo ed ha una lavorazione meccanica di grande precisione lamenta che nel suo territorio non si trova personale poiché tutti vogliono fare gli architetti ed i geometri.

Restiamo in attesa della domanda del cronista, ma si sente solo il suono come di un ronzio di una mosca in una scatola cranica vuota amplificato da un microfono inutilizzato: “la linea passa allo studio”.

E ancora:

9/1/2019: Nereo Parisotto della società Euroedile riesce ad ottenere il palco del TG1 per lamentare la mancanza di profili professionali. A differenza della prima rete televisiva nazionale, Valigia Blu ancora una volta dà speranza al giornalismo vero e scopre senza troppa difficoltà che le cose – come sempre – stanno in altro modo.

La titolare che cerca candidati in Africa e ne colloquia 200 al giorno.

13/1/2019 Come se non fosse bastato, è ancora il Gazzettino a scovare Vanessa Beghin titolare della Tiemme Corporate di San Martino di Lupari, con una dichiarazione ancora più incredibile di quella di qualche giorno prima a TG SKY: nonostante il cospicuo stipendio di 3500 euro al mese, non trovando  collaboratori in zona (piuttosto che fare una ricerca che so, magari al Sud), dichiara che i suoi candidati li va a cercare in Africa e offre loro corsi di formazione che durano due anni. 

Qualcuno deve averle fatto notare di aver sparato una castroneria troppo grossa (probabilmente nel tentativo di gareggiare con tutti gli altri imprenditori del territorio e non avendo lei un ruolo in nessuna ConfQualcosa con cui referenziarsi), e dunque il  17 gennaio dichiara al giornale della regione di aver colloquiato 200 candidati in un giorno (che al netto dei saluti e di tre o quattro pit-stop idraulici, pur saltando il pranzo, fa circa 4 minuti a candidato in 8 ore) e non aver trovato nemmeno uno che avesse voglia di lavorare. Anzi, uno di questi pare le abbia risposto che il giorno del corso di formazione (lo stesso a cui evidentemente anche gli Africani pare non abbiano accolto con grande entusiasmo) è in contemporanea con il corso di Salsa.

Il 15/1/2019 il sig. Bottega, imprenditore Veneto, manda a casa 25 persone “a causa del Decreto Dignità” 

e si scaglia contro il sociologo De Masi che giustamente e molto pacatamente, fa notare che un picco di lavoro è per sua natura a tempo determinato e che quindi quei lavoratori avrebbe dovuto mandarli a casa prima, oppure assumerli se erano collaboratori validi. L’imprenditore è evidente che non conosca le leggi più elementari, quando gli si fa notare che il picco di lavoro è contemplato fra i giustificativi per ricorrere alla seconda proroga (24 mesi).

2020: Non li ferma nemmeno la pandemia.

Insomma, la rassegna stampa è davvero infinita. Ma prima di arrivare ai giorni d’oggi in cui finalmente abbiamo identificato nel Reddito di Cittadinanza il vero colpevole di questo fenomeno, è interessante questo caso riportato dal Corriere della Sera perchè insieme al successivo è la summa metodologica dell’imprenditore che vorrebbe assumere ma non può. E per lo più in piena pandemia. Questa volta si parla di Aerea, nota(?) azienda del settore aerospaziale. L’Amministratore Delegato dichiara:

È incredibile come certe aziende abbiano la sfiga di trovare solo candidati che percepiscono il reddito di cittadinanza e fra questi, quelli che pur di non rinunciarvi, declinano più che rispettabili offerte di lavoro.

É sufficiente fare una ricerca su Google digitando “Aerea SpA” e “selezioni” per non trovare nulla che riguardi una minima ricerca professionale in questa azienda.

Company Page inesistente su Linkedin, dei 160 dipendenti dichiarati nell’articolo, su Linkedin se ne trovano solo nove fra i quali totalmente assente chi si occupa di Risorse Umane.

Il sito della Compagnia sembra fatto negli anni 80 con FrontPage (e mi chiedo cosa ne pensino i “partner internazionali” con cui – a detta dell’articolo – l’azienda ha affari per l’80% del suo fatturato) e naturalmente nessun riferimento ad una pagina “lavora con noi”.

Nessuna voce che riguardi una selezione nemmeno sui principali portali di recruiting.

Il diavolo fa le pentole, ma non i candidati

Questa volta è Libero a raccogliere l’eredità di Gazzettino e Sole 24 Ore con un altro episodio in cui il protagonista della favola questa volta è il “magnate” delle pentole Paolo Agnelli, famoso per la sua militanza in Confimi e in Confindustria (e qui, a fronte dell’ennesimo scivolone, il sospetto che proprio i luoghi deputati al lavoro siano i meno preparati a generare cultura del lavoro e attenzione alle Persone, è molto forte).

Nell’intervista a Libero naturalmente il refrain è sempre lo stesso: non si trovano profili adeguati perchè i giovani preferiscono restare a casa. La sua azienda leader nelle lavorazioni dell’acciaio con sede in Valtellina, non può crescere perché nessuno risponde alle inserzioni, preferendo restare a casa con il RdC.

Come al solito, laddove un giornalista si dimentica che in un’intervista è necessario fare domande e non regalare dei monologhi all’intervistato, l’approfondimento l’abbiamo fatto noi ancora una volta:

Pagina Linkedin: Non pervenuta

Lavora con Noi: sul sito ufficiale dell’azienda non c’è traccia di una pagina di riferimento per le offerte di lavoro. Tantissimi invece i panegirici dell’industriale che raccoglie premi e targhe ovunque.

Inserzioni e Offerte di lavoro su portali e siti di recruiting : Molto ben nascoste. Noi non ne abbiamo trovate nemmeno una.

Dunque, signor Paolo Agnelli: “Come li avete cercati questi candidati introvabili?”

Il sospetto che Paolo Agnelli con questa storia ci marci, è abbastanza fondato. Il solito Gazzettino Veneto già due anni fa aveva dato spazio alle lamentele dell’imprenditore, naturalmente con il solito stile giornalistico: evitare di fare domande imbarazzanti.

Diventa una certezza, se consideriamo che proprio stamattina, il sig. Agnelli a Uno Mattina ha cercato come al solito di impastare un discorso fra il populista e l’arruffapopoli. Purtroppo in trasmissione si è dovuto scontrare con il solito De Masi che, da professore universitario e studioso dei temi del lavoro, ha spiattellato dati totalmente in antitesi con le teorie di Agnelli, ha come sempre fatto riferimento a leggi precise e ha ridotto ai minimi termini il lamento dell’imprenditore benefattore che voleva proporre una denuncia sociale e politica attraverso la solita autocelebrazione Confindustriale.

2020-2021: il reddito di cittadinanza va in vacanza

Estate 2020: Da Gabicce parte la prima mareggiata contro il reddito di cittadinanza. Il sindaco Domenico Pascuzzi, in un guazzabuglio in cui dimostra poca confidenza con gli stipendi del turismo (lo correggerà poi il Presidente dell’ Associazione Albergatori), inciampa in commenti poco lusinghieri facendogli guadagnare centinaia di commenti negativi da parte di operatori stagionali che da settimane sembra ricevano solo offerte di lavoro indecenti, oltre che ad una risposta molto secca da parte del sindacato che proprio in quei giorni sta rilevando una percentuale altissima di irregolarità mai viste prima in riviera romagnola.

Dopo un annus horribilis, eccoci di nuovo qui, a portata di fuffa.

Speravamo dunque di non dover rivedere più articoli di questo genere. Questa estate in particolare meriterebbe ben altra stampa, in quanto la stagione del grande rilancio per le strutture turistiche dopo un anno e mezzo come quello appena trascorso.

Invece, puntuale, l’avvelenamento da parte dei soliti giornalisti che non paghi di aver alimentato una polemica ormai al limite del bollito, tornano a calcare l’ennesimo palcoscenico. La polemica viene inaugurata da il Centro, Quotidiano d’Abruzzo.

La giornalista raccoglie la testimonianza di Stefano Cardelli, titolare di uno stabilimento ma anche Presidente di Ciba Confartigianato, che lamenta: “chi si presenta al colloquio o chiama per informazioni, anticipa che non ha intenzione di perdere il reddito di cittadinanza

E intanto non esiste un solo canale che riporti le sue offerte di lavoro e la sua pagina facebook è pressochè vergine di contenuti.

Web e TV Star del giornalismo, troppo attenti all’immagine e poco alla notizia

E infine, una carrellata di personaggi famosi, alcuni dei quali troppo ansiosi di cavalcare la notizia, si rivelano alla fine poco attenti all’informazione e troppo inclini al consenso pubblico.
E’ per esempio il caso di Massimo Gramellini, che dalla consueta rubrica del Corriere, prende le difese di camerieri e affini, lancia in resta contro Alessio Maggi, albergatore di Pietrasanta che aveva dichiarato “chi vuole venire a lavorare da me, non mi chieda stipendio o giorno libero”

Peccato però che la notizia fosse dell’aprile dello scorso anno.Il che – sia chiaro – cambia molto poco al senso dell’operazione che è quello di dimostrare che gran parte della responsabilità del fatto che non si trovi personale per le aziende non sia sempre dei lavoratori, ma molto spesso (aggiungerei quasi sempre) degli imprenditori.

D’altro canto, fu proprio Gramellini che circa cinque anni fa, ne aveva fatto le spese a titolo personale, quando sullo stesso tema si era schierato dalla parte di un albergatore a fronte di una notizia pubblicata dal resto del Carlino, che si era rivelata il solito “al lupo al lupo”

(Che poi c’è da chiedersi anche per quale motivo quando gli esempi sono positivi si fanno i nomi, quando sono negativi si osserva l’anonimato. Tendenzialmente farei il contrario: un imprenditore che offre un giusto compenso non ha niente di straordinario: quello che invece si comporta in maniera riprovevole, sarebbe da segnalare. Ma tant’è!),

Nel tentativo di dare (per eleganza chiamiamolo) “un assist” al ristoratore bolognese, Gramellini oltre a non aver verificato la notizia, si tira dietro una serie di polemiche (prima da parte del Fatto Quotidiano), ma soprattutto da parte di Alessandro Gilioli, allora vice direttore de l’Espresso, nella sua rubrica “Piovono Rane”, che ha fatto ciò che uno stagista nell’ultima redazione dell’ultimo dei giornali, avrebbe dovuto fare fin da subito:

Oggi però, letto l’articolo di Gramellini, non ho resistito e ho fatto una telefonata a questo signor Ortichi, persona simpatica e gradevolissima, per capire com’erano andate le cose.

E, diciamo, le cose sono andate un po’ diversamente dalla narrazione.

Il signor Ortichi non ha mai – mai – messo un annuncio su un sito o su un giornale per cercare una cameriera.

Si è limitato, il 31 maggio scorso, a scrivere un post sulla sua bacheca Facebook, in cui ha 1262 amici. Tra un post sulla Juve e uno contro i maltrattamenti animali, aveva scritto tre righe per dire che cercava una cameriera che sapesse un paio di lingue. Nessun accenno al tipo di assunzione, nessun accenno alla paga, soprattutto nessun numero di telefono o mail a cui rivolgersi.

Oltre a questo, aveva “diffuso la voce”, racconta, tra i clienti, i fornitori e i colleghi ristoratori della zona.

Non aveva messo annunci, il signor Ortichi, perché preferiva “assumere qualcuno che non fosse proprio una sconosciuta”, il che è nel pieno dei suoi diritti, ci mancherebbe.

Qualche settimana dopo, chiacchierando con un amico giornalista locale, Ortichi ha raccontato questa cosa. L’amico giornalista ci ha fatto un pezzo sul Carlino (titolo: “Hotel cerca una cameriera, ma non si presenta nessuno”) arricchito da qualche commento sociologico: “Difficile trovare un posto di lavoro? Più difficile trovare un dipendente”, (…) “ci sarà anche la crisi di posti di lavoro tanto sbandierata in questi anni, ma evidentemente c’è anche chi la crisi non la sente”, (…) “forse tutte le potenziali interessate sono al mare o in piscina” etc).

Qualche giorno dopo Gramellini ha letto il pezzo sul Resto del Carlino, non si è penato di telefonare a Ortichi per chiedere come stavano le cose (me l’ha detto lui stesso, Ortichi) e ci ha fatto direttamente un pezzo in prima pagina del Corriere riassumendo quello del collega locale e aggiungendo di suo che per trovare una cameriera “l’albergatore le ha provate tutte”, mentre non aveva messo neppure un annuncio se non sulla sua bacheca Facebook.

Fine della storia.


Ci sarebbe da sospettare che forse sia per questo motivo che Gilioli non è mai stato ospite a “Le parole della settimana” .

Anche la Santanchè, nel doppio ruolo di giornalista e imprenditrice turistica ha provato a raccontare di camerieri che preferiscono restare a casa a godersi il RdC al punto che anche un Landini qualsiasi (non propriamente il re della comunicazione), ha avuto facilmente ragione di una tale gragnola di luoghi comuni.

Scendendo di categoria, l’ultimo giornalista famoso (almeno su Linkedin), incappato nel peccato veniale della visibilità a tutti i costi è il buon Fulvio Giuliani, speaker di RTL, che qualche giorno fa ha pubblicato anche lui un post dall’intento non molto chiaro se volesse essere un assist (sempre per eleganza) al nuovo Governo o un assist a Confindustria.

Solito a raccattare millemila like in seguito a commenti sul calcio, le buche stradali, i complimenti al Generale Figliuolo e le mezze stagioni, non si è reso conto che anche un pubblico come il suo, quando si parla di lavoro è abbastanza sensibile e la Saga degli imprenditori che non trovano dipendenti è arrivata al capolinea.

Il suo post è stato letteralmente sommerso di commenti negativi al punto tale da cercare una via riparatoria il giorno dopo, registrando un video di “approfondimento” tutto focalizzato sulla inutilità del Reddito di Cittadinanza.

Il che ci può assolutamente stare, se non che, sarebbe auspicabile che un giornalista conoscesse – prima di scrivere un post – quali sono le condizioni per accedere al RdC e soprattutto che esiste un canale per accedere ai percettori di RdC, rappresentato dai Centri per l’Impiego a cui quel genere di imprenditori si guarda bene di rivolgersi, che basterebbe per mettere fine alla discussione e rendere la notizia “non pubblicabile”.

Basterebbe planare sulle pagine facebook di quegli imprenditori che lamentano carenza di giovani volenterosi e assenza di risposte alle loro offerte per rendersi conto quale sia l’entità del problema e di chi siano le responsabilità di un fenomeno alimentato dai giornali


Finale di Stagione

Sono due gli interventi che merita citare e che sono la risposta ideale ai Signori delle Associazioni, ai Ristoratori per Caso e a chi lamenta scarsa propensione al lavoro.
Il primo è ad opera dell’inesistente (qualcuno non lo ha ancora capito) Comune di Bugliano, che dalla seguitissima pagina Facebook punta al cuore del problema con questo post ironico.

Gli imprenditori veri i collaboratori sanno come trovarli

La risposta più adeguata invece arriva da Empoli, da una delle aziende storiche della Toscana, il cui nome campeggia oggi in prima pagina sul quotidiano locale “il Tirreno”. Che sia di insegnamento per ogni Presidente di qualche ConfQualcosa e di ogni singolo imprenditore del turismo.
Il personale va pagato e bene.

Buona estate.

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4 commenti su “Giornalisti che parlano di camerieri, ma che non sanno servire una domanda.

  1. Grazie per raccontare finalmente la verità. E di non aver paura di fare nomi e cognomi. Quando avevo letto l’articolo di Gramellini mi eri venuto in mente!

    1. Grazie Elena.
      L’articolo di Gramellini ha giustamente suscitato grande approvazione. La motivazione alla base dell’articolo è di tutto rispetto, però un giornalista deve sapere che quella notizia non è “calda”. Di fatto quell’imprenditore potrebbe aver chiesto scusa 1000 volte, aver assunto 200 persone e il rischio è di continuare a far girare un’informazione che diventa poi diffamazione.

  2. Un brutto colpo per i detrattori del RDC e una sonora lezione per una classe imprenditoriale rimasta agli anni ’80.

    1. Non è mio interesse difendere uno strumento di politica attiva del lavoro, che abbia più o meno funzionato. Ma non sto certo a guardare se si vuole indicare quello come capro espiatorio di evidente carenze culturali e strutturali di aziende che cercano pubblicità o usano la notizia per fare campagna elettorale.

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