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Quando sembrava impossibile cambiare

A volerlo vedere, c’è del buono in tutto questo. Una crisi di questa portata è il momento perfetto per rivedere processi e metodi di lavoro, ma anche rendersi conto se davvero certi cambiamenti non fossero stati possibili anche prima.

Senza buttarla in politica

Non è necessario buttarla in politica anche in queste occasioni. Non possiamo giustificare con la mancanza di leadership e comunicazione delle istituzioni quelle che sono le responsabilità di ognuno di noi: alla prima notizia del virus, abbiamo assalito i supermercati come se fossimo alla vigilia di una carestia. L’ultima notizia, invece, ci ha visto assalire i treni, irresponsabilmente e senza alcuna logica. Qualcuno, dopo due settimane in cui si delimitano intere aree a rischio, si suggerisce di lavorare da casa e si consiglia di non affollare locali, ha pensato che riempire all’eccesso un Intercity Notte affrontando 14 ore di viaggio fosse una cosa sensata. E raggiungere parenti probabilmente molto anziani, lo fosse ancora di più.

Abbiamo dimostrato di non essere degni di una democrazia e, alla fine, ci siamo meritati le misure di una dittatura, seppure con lo scampolo dell’autocertificazione. L’unica soluzione possibile.

Ottimismo e marketing: i primi cadaveri.

L’ottimismo e il marketing a tutti i costi sono stati i primi due cadaveri virtuali (purtroppo ne abbiamo avuti di più seri). In situazioni come queste, i medici e gli specialisti per primi non possono derubricare a semplice influenza qualcosa che non si conosce ancora.

E qui siamo di fronte a un’altra lezione manageriale.

Le conseguenze dei giorni successivi sarebbero bastate, in un’azienda tradizionale, a un licenziamento per giusta causa. Ma la scienza non è un’azienda tradizionale, sebbene certi miseri teatrini, come un capo che contraddice un collaboratore, ne sono una delle più triste rappresentazioni.

Chi non si ferma è perduto

Chi invece ha ideato l’hashtag e relativo filmino “Milano non si ferma” (declinata poi in varie altre versioni) ha forse pensato che qualche migliaio di like a favore di un becero campanilismo provinciale, o lo storytelling trito e ritrito di chi vuole in ogni circostanza dimostrare la propria superiorità nel tentativo di presidiare un terreno (che in questa occasione si è rivelato molto friabile e tutt’altro che unico), fossero sinonimo di civiltà. Non ha fatto altro che abbassare la percezione della gravità, del rischio e conseguentemente anche dei comportamenti. In un’azienda che monitora i risultati, questa campagna sarebbe stata cancellata. Culturalmente, è un messaggio da irresponsabili, utile solo al borsino di like, la moneta svalutata dei socialmediacosi.

Sarebbe bastato l’accesso minimo alle riserve di intelligenza rimasta ai consumatori di spritz che sabato hanno preso d’assalto i Navigli o sul lungomare di Rimini appena dichiarato zona arancione, per capire che l’unico verbo utile a non diffondere il contagio era ed è FERMARSI.

Altrettanto assurda la campagna di marketing condotta dalle società di gestione degli impianti dell’Abetone che invitava gli studenti a raggiungere le piste approfittando delle chiusure scolastiche.

Una nuova soft-skill: l’intelligenza social(e)

Eppure, quello dei Sindaci e dei Presidenti di Regione non sono gli unici episodi di scarsa intelligenza sociale. Grandi polemiche (e purtroppo tantissimi commenti positivi) ha raccolto il post del manager di un importante ente fieristico che ha postato sul profilo Linkedin le foto del suo incidente sugli sci “a 3000 metri in mezzo a una bufera”, proprio nel pieno della crisi in cui le aziende si stavano attrezzando per lo smart working, le istituzioni raccomandavano di stare in casa e la sanità lamentava uno stress incontrollato a causa delle poche risorse. Ad aggravare la situazione, il Nostro esperto di comunicazione elogiava gli OTTO infermieri (al netto dell’elicottero e degli ospedalieri) impegnati nel suo soccorso.

Le centinaia di risposte ottenute dal post lo hanno ispirato per proseguire nella brillante narrazione anche il giorno successivo, in cui da una carrozzina, computer in grembo, dava lezione di smart working al suo affezionato pubblico.

Un esempio strepitoso di girafrittatismo demenziale che non sarebbe avvenuto se allo smartworking avesse seriamente pensato il giorno prima.

L’intelligenza sociale è quel sentimento per il quale, rendendoti conto di essere nella gabbia dei leoni, eviti di spogliarti nudo e cospargerti di lardo di Colonnata.

Ma è anche quella caratteristica che le aziende dovrebbero monitorare costantemente nei propri collaboratori andando ogni tanto a visitare i loro profili social. Ci si auspica che, dopo questo periodo, le aziende inizino a rivalutare seriamente quei canali e l’uso che ne fanno i propri collaboratori e i dirigenti prima di tutti, con la stessa attenzione con cui si organizzano corsi sulla sicurezza e sui fogli excel.

Vivere per Lavorare

Fra gli insegnamenti che questo periodo ci sta offrendo, c’è l’incapacità di molti di non riuscire a trovare una propria dimensione fuori dal lavoro. Abbiamo sentito parlare a sproposito per anni di opportunità, resilienza, cambiamento. Ne abbiamo riempito le slide, i corsi di formazione, i convegni. Eppure mai come adesso – in cui non è una crisi economica o un evento che riguarda solo una categoria di Persone, ma in cui TUTTI sono coinvolti – questi vocaboli acquisiscono finalmente un senso concreto. Mai come adesso sono universalmente condivisibili e comprensibili.

Il cliente non ha più ragione

Un altro insegnamento è che si può cambiare modo di lavorare. In queste due settimane di isolamento ho lavorato meglio, avendo a disposizione tutto il tempo sottratto alle trasferte non ho più avuto bisogno di riaprire il computer dopo cena. Le ore canonicamente dedicate al lavoro sono state sufficienti. Sono diminuite le telefonate e le riunioni e questo significa precisamente una cosa: che molti hanno bisogno di RIEMPIRE il proprio tempo e GIUSTIFICARE il proprio ruolo altrimenti non arriverebbero a fine giornata.

Telefonate interminabili, riunioni inconcludenti alcune delle quali pianificate “per procedura” (le famose riunioni di allineamento del lunedi mattina) anche quando non abbiamo niente da dirci.

Fuori dal contesto, spariscono le cazzate. Nel momento in cui gli uffici si sono trasferiti nelle case, si spostano anche le priorità, le emergenze sono altre, il lavoro è diventato davvero liquido.

Nessuno ha più esordito con un “quando passi da Milano”. La settimana in cui le aziende hanno dichiarato il blocco delle riunioni e delle trasferte incondizionato, finalmente abbiamo capito che se fra due parti c’è intesa, interesse e necessità, non è necessario che “tu passi”. Si fissa un incontro virtuale e si lavora a distanza. E non venitemi a raccontare dell’importanza del “contatto fisico” o della “spersonalizzazione” proprio da parte di chi ha fatto degli algoritmi, le smart cities, il cibo a domicilio e il piattaformismo estremo, un vero e proprio stile di vita.

Quello che mi stupisce di più è rendermi conto della fatica che molti stanno facendo ad adeguarsi a questa omologazione nella prevenzione – quasi “isolamento” – dopo che hanno accettato passivamente per anni di farsi catalogare la vita come greggi, di delegare la vita agli algoritmi senza batter ciglio, di decidere sempre meno per se stessi come fosse tutto normale, di essere già soli come cani dietro uno smartphone, di non essersi mai degnati di conoscere la vera bellezza della tecnologia e della relazione anche grazie ai social network.

Quanta ipocrisia.

(Stefania Zolotti)

Queste due settimane sono state straordinariamente produttive per una nuova cultura del lavoro e per capire se di fronte ad una situazione imprevista siamo capaci di riprogrammarci.

Le frasi chiave per capirlo: “È una visita commerciale, a distanza non sarebbe efficace”. “Il cliente vuole che vada lì di persona: c’è un problema importante”.

Sono le situazioni migliori per capire se abbiamo clienti e collaboratori in linea con i nostri valori o, quantomeno, capaci di gestire l’evoluzione della nostra azienda. Problem solving, attitudine, mindset, termini che finalmente escono dalle slide e prendono una forma. E ci fanno schiantare contro i muri.

Problems (un)solving

Una crisi come questa mette a dura prova la cultura aziendale. Tanto per cominciare, abbatte tutte le barriere costruite ad arte negli anni da parte di funzioni aziendali nel tentativo di blindare piccoli reami. E così scopriamo che regole e norme senza spina dorsale si sgretolano come sabbia di fronte all’emergenza. La necessità di trovare soluzioni nuove per garantire continuità e collaborazione rivela castelli di retropensieri da parte di dirigenti preposti allo sviluppo delle organizzazioni e alla loro innovazione e che tutti i presunti “equilibri da rispettare” sono solo la costante giustificazione all’incapacità di prendere decisioni sovversive per mantenere tiepido il brodo dello status quo.

Se siamo riusciti ad accelerare processi volutamente stagnanti, a svuotare gli uffici, a garantire continuità nella maggior parte dei casi, se nessun cliente è morto di solitudine, vuol dire che si poteva fare anche prima, ma semplicemente qualcuno non ha voluto che si facesse. E al rientro, fra qualche settimana, qualcun altro sarebbe bene che chiedesse spiegazioni, perché è del nostro tempo che si tratta.

A questo link un aggiornamento in tempo reale delle segnalazioni ricevute di buone e pessime pratiche adottate dalle aziende in questo periodo.

Gli impercettibili: Startup e Associazioni di Categoria

Propongo solo una riflessione lunga come una parentesi sui due soggetti “imprenditoriali” che sono spesso il fulcro delle discussioni quando si parla di cultura del lavoro e di futuro del lavoro: startup e associazioni di categoria. Non so se anche voi avete percepito quel senso di “impercettibilità” se non di totale invisibilità dei due attori, in momenti come questo.

Strutturalmente il modello startupparo fatto di open space, incubatori e locali di design (totalmente in contrapposizione a qualsiasi logica produttiva) alla prova dell’emergenza ha dimostrato ancora una volta la differenza fra marketing e vita vera. Ma soprattutto non abbiamo sentito parlare una sola volta in 3 settimane di tecnologie o “lavori del futuro” nè tantomeno il modello è mai emerso come determinante in alcuna discussione legata al lavoro, come se non esistesse o non fosse minimamente rilevante. Sono tragicamente tornati di moda, invece, i mestieri tradizionali a partire dagli infermieri e i medici, settore che ha una necessità straordinaria di risorse a cui è stato risposto con una scellerata politica di nepotismo universitario e numeri chiusi.

Le Associazioni di Categoria, tanto per cambiare, si sono limitate a qualche laconica newsletter in cui “prendevano posizione”. Mi risulta che la stragrande maggioranza degli associati si siano rivolti a professionisti privati (commercialisti e consulenti del lavoro in primis) ignorando totalmente i “servizi agli associati”. Nessuna ricerca su nessun sito associazionistico ha rilevato misure straordinarie o proposte consulenziali di qualità.

“Non ho tempo”

L’ultimo insegnamento sarà per i top manager. Quelli che non hanno mai tempo per nulla: non hanno tempo di leggere niente che vada oltre al business plan, di aggiornarsi, di fare un corso di formazione, di studiare, di confrontarsi, di conoscere. Per loro questo è un tempo meraviglioso per tornare umani.

Sarà stupendo sedersi con il proprio capo in mensa e confessarsi di aver fatto binge watching con la stessa serie di Netflix grazie alla pausa forzata o addirittura parlare di libri. I responsabili della formazione finalmente avranno la possibilità di sostituire demenziali team building nel bosco o in barca a vela con un bel Circolo di Lettura tutti i giovedi pomeriggio dopo l’orario di lavoro in cui potremo fare finalmente i gradassi scambiandoci libri e recensioni. O, meglio ancora, costretti a stare a casa scopriranno che oltre l’intranet c’è di più: grazie alle meraviglie di Coursera o di Khan Academy, potranno proporre qualcosa di meno asfittico dei soliti corsi sulla leadership o sulle vendite.

Durante la crisi del 2008 circolava la (falsa) diceria che l’ideogramma cinese “crisi” potesse significare anche “opportunità” (con conseguente propagazione di slide in tutte le business school di successo).

Levatevi la mascherina: di certo, QUESTA crisi per molti sarà un disastro. E non solo economico.

Ultima ora: Non c’è nessuna speranza.

5 commenti su “Quando sembrava impossibile cambiare

  1. Molti spunti interessanti in questo testo. Credo che stiano emergendo i nostri grandi limiti esistenziali alla base del quale c’e’ il superamento dell’alibi. Questa folla frenetica alla continua ricerca di uno spazio da “usare” , un tragitto da percorrere, contenuti costruiti per dare una conferma al nostro senso di produttività. Il periodo sta evidenziando la nostra incapacità di usare bene il tempo, pensare a ciò che è necessario, decidere ciò che va fatto ed agire per concretizzarlo. Emerge questa sensazione di “melina” che compiamo quotidianamente le giornate per nutrire la nostra distrazione dalle persone , dalle relazioni, che sono partner affettivi, figli, colleghi, lungaggini che riempiono il tempo per convincerci che questo non basta mai ma che in realtà evidenza una cosa grande…l’assenza di scopo in ognuno di noi. Questa corsa alla quantità, al bene, all’ingordigia delle cose da fare ( se oggi non siamo multitasking siamo sfigati) , mettendoci un vestito da superman addosso non perchè vogliamo esserlo ma perchè è figlio della storia della nostra crescita. Figlio dell’insoddisfazione dei genitori che hanno costruito top player pronti a tutto, pronti a giudicare, pronti ad andare a 200 km/orari, pronti a saltare da un tetto all’altro e chissà cos’altro pur di dimostrare il senso odi superiorità ma sicuramente meno pronti a cercare significati, sfumature , relazioni e rispetto. Un mondo del lavoro che evidenzia i suoi limiti nelle attuali infrastruttre che cerchiamo e non ci sono, nell’emergenza e nella business continuity. Un mondo del lavoro dove è meglio il fatturato di oggi che la solidità di domani , perchè anzichè creare persone professionisti ed organizzazioni uniche , creiamo business chiodo scaccia chiodo, senza vision comunitaria e collettiva, che sembrano arene dove top player, addestrati al consumismo e riciclati nel meccanismo come chiavi inglesi, sono pronti a mordersi per una poltrona anzichè scegliere il posto giusto nel mondo. Scopriremo quanto era facile fidarsi e affidarsi al cambiamento, anzichè mettere in piedi battaglie per resistere e screditare i leader del cambiamento avremmo fatto meglio a capire, a guardare laggiù ( se fosse stato dato il giusto tempo ad ascoltare e leggere) che cosa sarebbe oggi di fronte ad un emergenza o semplicemente di di fronte all’evoluzione. Perchè l’etica va chiarito a tutti che non è la morale, perchè va detto a tutti che dobbiamo sostituire la parola ipocrisia con la parola coerenza, perchè dobbiamo imparare che interagire non vuol dire comunicare. Se ognuno di noi facesse il più bel viaggio della vita , quello dentro se stesso , capirebbe quanto semplice è interagire coerentemente agendo in modo etico.

  2. Caro Osvaldo,
    … temo ( anzi sono certo) che a pandemia scongiurata torneremo esattamente allo status quo antecedente, segno di tempi tutt’altro che fervidi di “intelligenza sociale”.

    1. Di certo i collaboratori avranno molti più benchmark di riferimento e quello che prima poteva sembrare un punto di forza per chi deteneva il piccolo potere, adesso può diventare un punto di debolezza.

      1. Il problema non sono i collaboratori ma le teste, che grazie all’evidenza data dalla diffusa pratica forzata dello smart working dovrebbero prendere atto di quanto fosse stupido e vulnerabile il diffuso modello lavorativo. Che, ne sono certo, tornerà in voga a crisi passata.
        Per quelli che saranno sopravvissuti proprio grazie allo smart working.

        1. Mi viene da dire Luigi, che lo smart working sia solo la cartina tornasole di una modalità di pensiero manageriale. Oggi possiamo capire chi sopravviverà e chi è destinato a schiantarsi in galleria.

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